Cappella San Giovanni Bosco

L’impegno di molti volontari e la generosità di tante persone hanno permesso di rendere l’Oratorio un luogo bello e accogliente. L’Oratorio Vandoni è molto cresciuto e cambiato nel tempo, adattandosi alle esigenze dei giovani e diventando sempre più accogliente. Diversi progetti hanno guidato, e guidano tuttora, la ristrutturazione degli edifici presenti verso l’obiettivo di creare luoghi sempre migliori per i giovani e i più piccoli. Ovviamente le disponibilità economiche permettono di realizzarlo solo poco alla volta e ad oggi restano ancora molte cose da fare.

La Cappella dedicata a San Giovanni Bosco, fondatore degli oratori, è chiamata da tutti più brevemente “Chiesetta” e si trova al centro del nostro Oratorio, per simboleggiare quale sia il cuore di tutte le attività che si svolgono in questa struttura. La porta è sempre aperta e chiunque può entrare quando desidera per raccogliersi in preghiera lasciando fuori per un po’ giochi e grida.

Le pareti della chiesetta hanno una forma regolare e simmetrica; sembrava importante dare movimento per staccare da questa staticità e offrire la possibilità di valorizzare alcuni elementi costitutivi del luogo di culto. Per questo la pedana ha una forma irregolare, in cui le tre curve che la costituiscono “avvolgono” e “custodiscono” il simbolo che vi è sopra: il tabernacolo, la Parola di Dio e l’altare. L’angolo della Parola di Dio con la presenza del Crocifisso al di sopra, un contenitore dove offrire le proprie preghiere, i cuscini e gli sgabelli, creano l’ambiente ideale per la preghiera personale e di gruppo, il luogo prediletto dai giovani. Nell’angolo opposto è stato collocato l’altare per la celebrazione dell’Eucarestia, la preghiera per eccellenza che rende presente il Risorto ed è la sorgente della preghiera personale, che nasce dall’esperienza di fede di una comunità che annuncia in Vangelo alle nuove generazioni. Al centro il tabernacolo, il ponte tra le due esperienze ed il cuore pulsante che rende vivo tutto.

Un dettaglio che incuriosisce è vedere il Crocifisso appeso nel vuoto e privo di croce. L’immagine offre, a chi la vede, l’essenziale: non è importante la croce, ma chi ha offerto la Sua vita per noi. Inoltre, le braccia che si spingono verso l’altro esprimono la vittoria dell’Amore sulla morte e preannunciano la risurrezione. La scelta di questa simbologia nasce dalle parole di un bambino di tre anni che disse, al termine di una processione, che la croce che portavano i chierichetti era sbagliata, perché è più importante Gesù della croce e su di essa non c’era.

A lato dell’altare è posta un’immagine, dipinta su legno, di Maria con il Bambino: la preghiera si innalza a Lei come protettrice del cammino di ogni ragazzo che vive l’esperienza dell’oratorio, come maestra nella fede, come colei che indica in Gesù il modello della nostra vita. Nella nicchia alla sinistra di chi entra si è voluta valorizzare la figura di Maria Maddalena, mentre in quella di destra Giovanni Paolo II, attraverso due dipinti a loro dedicati. Nella parete nord, opposta all’altare vi è il dipinto di San Giovanni Bosco, alla cui base è stata collocata una mensola per custodire con una teca la reliquia del santo, che ormai era dimenticata in un armadio. Piante e fiori rendono l’ambiente colorato e vivo, facendo trasparire la gioia dell’incontro che avviene con il Signore.

La vita è un cammino, la fede è un cammino, la crescita è un cammino… le vetrate colorate hanno il compito di aiutare chiunque entri nella chiesetta a dare un senso al proprio cammino di vita. La trasparenza del vetro ci permette di rileggere la vita di alcuni personaggi della Bibbia, che si sono messi in cammino con il Signore, sovrapponendola alla nostra. E’ una grande avventura, affascinante, è il cammino di Dio con l’uomo. Come nelle grandi chiese medioevali, le vetrate lasciano filtrare la luce del Signore nelle trame della vita degli uomini. Le immagini rendono possibile una catechesi della storia della salvezza comprensibile da tutti.


Il cammino dell’uomo ha un suo inizio e un suo compimento. Proprio all’ingresso della chiesetta dell’Oratorio ci vengono descritti questi due momenti della storia della salvezza: la Creazione e la Gerusalemme Celeste. E’ l’Alfa e l’Omega di Dio, l’inizio e la fine… tutto in Gesù Cristo. La Creazione è il momento in cui si manifesta l’Amore di Dio per noi nella volontà di generare la vita. Con l’avvento del Regno di Dio alla fine dei tempi si manifesta l’Amore di Dio come misericordia che riconcilia tutto in sé, aprendo lo spazio e il tempo dell’eternità ad ogni uomo.

Mettere l’inizio della storia della salvezza all’ingresso della chiesetta aiuta chi entra a ricordarsi dell’Amore di Dio per lui (“Sei prezioso ai miei occhi”) e il richiamo alla meta, la Gerusalemme Celeste, è l’invito a guardare l’oggi e il futuro con la speranza della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. Aver ben chiaro nel cammino della vita la nostra origine e la nostra meta ci permette di non perdere mai l’orizzonte del senso di essa; è l’invito ad entrare nel mistero della vita non da soli ma in compagnia di Dio, che ne è l’autore e colui che la porta alla pienezza.


La prima storia che ci viene raccontata è quella di Abramo. Il personaggio di questa vicenda ci richiama alla necessità, che l’uomo ha, di mettersi in cammino. Il cammino della vita, che non ha età ma è di tutta la vita. Abramo è anziano, non ha un futuro a cui guardare, i suoi sogni sono ormai spenti, eppure alla voce di Dio si mette di nuovo in cammino con coraggio e con fiducia, verso una meta che non conosce. Giunto alla terra promessa, decide di porre le condizioni perché la sua famiglia viva in pace; decide di separarsi dal fratello Lot e stabilisce con lui una giusta distanza perché i propri mandriani non si mettano a litigare, portando anche loro nella discussione e rovinando la loro comunione. Anche le nostre comunità, tra cui quella dell’Oratorio, hanno bisogno di un rispetto profondo dello spazio dell’altro per lasciarlo nella sua possibilità di espressione piena. E’ necessario, nel costruire la comunione, mettere le basi perché essa rimanga stabile. Le tre figure, che fanno visita alle Querce di Mamre, sono la presenza di Dio che ci accompagna nel cammino della vita per portarci il suo messaggio di speranza. Ad Abramo verrà dato un figlio; quest’uomo è invitato da Dio ad un percorso della fede che non ha eguali, a fidarsi di ciò che agli occhi dell’uomo sembra impossibile, fidarsi oltre i limiti della stessa speranza. Abramo è l’uomo della preghiera, che osa chiedere a Dio di essere misericordioso con Sodoma e Gomorra, ma la malvagità dell’uomo a volte prevale. Nasce Isacco, la fiducia è stata premiata, ma non basta: Dio chiede ancora di più ad Abramo, chiede di essere disposto a perdere quel figlio e fidarsi ancora di più di Dio… Abramo accetta e così diventa il modello dell’uomo che vede in Dio l’unico suo bene nel cammino della vita.

Un altro personaggio ci aiuta a scoprire che il cammino della nostra vita ha in sé la bellezza della nostra libertà: Mosè. Quest’uomo è un figlio della schiavitù che miracolosamente viene accolto nella corte del faraone, ma, come tutti noi, non può perdere le proprie origini e così diviene difensore del proprio popolo di appartenenza. Il cammino di Mosè è segnato da una chiamata, da una vocazione, in cui Dio stesso è il protagonista, Colui che in tutto l’itinerario di Mosè e del popolo è la guida, l’interlocutore, il Dio che ha “posto la sua tenda in mezzo a noi” e cammina con noi. Attraverso Mosè, Dio manifesta la Sua volontà di liberare l’uomo da ogni schiavitù; è Lui stesso a lottare con chi vuole impedire questo percorso di liberazione dell’uomo. Dio stabilisce, con quanti sono disposti a seguirlo, un’alleanza, in cui Lui si impegna ad essere il custode e il difensore del Suo popolo. Chiede al Suo popolo di far memoria di quel giorno in cui il Signore ha manifestato questa volontà, perché l’uomo non ricada più nella schiavitù. Ma l’uomo è fragile, ha memoria breve, le proprie comodità sono affascinanti e la fatica del cammino offusca la sua mente e il suo cuore e cosi è più facile adorare un vitello d’oro, che è sordo e muto, piuttosto che un Dio, che scuote la coscienza. Ma Dio non smette di lottare per l’uomo e la sua libertà; affida al Suo popolo un’alleanza nuova con dodici comandamenti che aiutano il cuore dell’uomo a non cadere in una schiavitù peggiore della prima, non la prigionia fisica ma quella che si genera a causa del peccato.

Dall’Antico Testamento si passa al Nuovo, attraverso tre riquadri tratti dall’evangelista Luca si illumina la chiesetta dell’Oratorio e il cammino della nostra vita con Gesù. La parabola del Buon Samaritano ci racconta l’importanza di vedere e avere compassione dell’uomo ferito. Nel cammino della vita ci sono percorsi faticosi, ci possono essere cadute, si può perdere la meta, ci si può arrendere, anche gli altri possono essere di ostacolo al nostro cammino (briganti). Ma se troviamo, se siamo, il buon samaritano possiamo infondere “olio di consolazione” ai nostri fratelli. La Chiesa ha il compito di prendersi cura, come l’albergatore, dei fratelli feriti perché al ritorno del Messia gli sarà ridonato l’Amore dato a loro. Ma nel racconto vi è la storia stessa di Gesù, che come pellegrino sale a Gerusalemme per donare la sua vita per noi: è Lui il Buon Samaritano, che si fa carico dell’uomo ferito, offre la sua vita per guarire le nostre ferite e, nel contempo, è lo stesso uomo ferito e messo a morte dai nostri peccati. Ma Gesù si “nasconde” in ogni uomo piagato, perché “ogni volta che facciamo qualcosa per i fratelli più piccoli lo facciamo a Lui” e per questo ci invita a “fare anche noi lo stesso”, a tendere la nostra mano amica verso il bambino, l’anziano, il forestiero, il malato…

Ci può essere un tempo in cui decidiamo, consapevolmente o meno, di non fidarci più di Dio, di tentare di percorrere il cammino della nostra vita da soli, lontano da Lui, dimenticando il Suo Amore per noi, non riconoscendolo più come nostro Padre. E’ la vicenda raccontata dalla parabola del Padre Misericordioso. Non è possibile vivere senza Dio; Lui è l’autore e la fonte della vita, senza di Lui si vive una vita sterile, che conduce alla morte del non senso. La memoria ci aiuta a recuperare il bello che abbiamo vissuto con Lui e a ritrovare in noi il coraggio di ritornare sui nostri passi: è una sana nostalgia di Dio, del volto del Padre. Ci si rimette in cammino. Ma ecco la sorpresa. Dio ci ama di un Amore infinito, ci vuole liberi anche di allontanarci da Lui, ma non ci priva mai del suo Amore, nonostante tutto; ci attende, anzi, a braccia aperte e ci ridona la nostra dignità, dimentico di ogni torto subito, “ci giustifica”. Bisogna far festa perché Dio vuole la nostra felicità, la nostra libertà, la nostra vita. Questo a volte non lo comprendiamo. Ci comportiamo come quel figlio maggiore che vede il proprio essere cristiano come una fatica e uno sforzo personale, una libertà limitata dalle regole da rispettare per non uscire dalla famiglia di Dio. Non è la vera fede. Il Padre ci ricorda che tutto quello che è suo è nostro e per questo possiamo, stando con Lui, far festa ogni giorno, potendo godere della vita che ci ha dato e dei talenti che ha messo in noi, da investire nelle relazioni con i fratelli. La festa, la gioia, è il cuore della vita del cristiano, perché è fondata sulla fiducia che nella vita con Dio abbiamo tutto il necessario, non ci manca niente. Allora il punto fondamentale del nostro cammino è quello di riconoscerci veramente fratelli e figli dello stesso Padre e, prendendoci per mano, dire la preghiera che Gesù ci ha insegnato, nella quale il perdono risulta essere la misura con cui siamo amati e con la quale siamo chiamati ad amare.


All’inizio di questo itinerario ci siamo detti che la vita è un cammino, un cammino fatto non da soli ma con Dio, un cammino che ha un punto di partenza e un arrivo; non poteva essere migliore l’immagine della vetrata centrale per fare sintesi di tutto questo, con il racconto del viaggio dei Discepoli di Emmaus. Al centro della scena l’ostia spezzata ci ricorda il momento in cui i discepoli riconoscono Gesù Risorto. E’ proprio Lui che ha camminato con loro e ha illuminato l’oscurità (il colore blu che contorna le vetrate) della loro tristezza, dettata dal vedere il loro sogno, il loro progetto, infranto dalla morte del maestro: un vero e proprio fallimento. La vita ha anche questo aspetto del sentirsi falliti, ma Gesù si inserisce anche qui, “fallisce” con noi e per noi, per ridarci attraverso la Sua luce la speranza e la fiducia in Lui. I raggi di luce della vetrata indicano e illuminano ciò che Gesù ha sottolineato nell’incontro con i discepoli: la Parola di Dio (l’Ambone), il mistero della Sua morte (la Croce), la risurrezione e la sua continua presenza (l’Altare per la celebrazione dell’Eucarestia). Vivere il percorso dei discepoli di Emmaus è scoprire la propria fede e ciò su cui si fonda, è un percorso che inizia con loro e che continua nella vita di oggi; ecco perché i discepoli al centro della scena hanno gli abiti del tempo di Gesù, mentre quelli in primo piano hanno abiti moderni. L’anello che congiunge il racconto di duemila anni fa con noi è il frammento dell’Eucarestia, che ogni giorno rende presente il Signore Risorto nella Chiesa e nel mondo. Quella storia è la nostra storia, quell’incontro è il nostro incontro, quel Risorto, invisibile ad occhio nudo, è visibile quando il nostro cuore “arde” d’amore, del suo Amore.


La vita è un cammino,
un cammino non da soli.
In cammino con Dio,
in cammino con il Risorto,
per essere liberi,
per trovare un Padre,
per scoprire la nostra vocazione,
per trovare luce,
per avere speranza,
per non aver paura di perdere la strada,
per non aver timore di fallire,
per avere coraggio di Amare.
E l’Amore, si sa, è eterno!

GRAZIE
A tutti quelli che hanno contribuito nel tempo a rendere bella la chiesa dell’Oratorio Vandoni. È il cuore pulsante della vita del Ricreo. È il luogo della presenza del Signore, che non deve mai mancare per poter educare. Grazie a tutti quelli che pregano per l’Oratorio e il suo cammino di crescita nella fede. Grazie ai giovani, che rendono bella la Chiesa di oggi.

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